Emanuele's profileRiflessioni sulla spiagg...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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December 18 A carcaraE' strano come in questo paese più si hanno i problemi sotto gli occhi e più si cerca di guardare da un'altra parte. Quello di cui ci occupiamo oggi è infatti una struttura (anche se il temine è riduttivo e forse anche offensivo) impossibile da non notare, sia per gli abitanti sia per quanti si recano nel capoluogo per lavoro o altro. Per quanti non sanno cosa sia “la carcara”, non ne conoscono la storia e non sanno cos’ha rappresentato la vecchia fornace per il nostro paese, ho raccolto qualche notizia dai libri pubblicati su Sant’Andrea. In “S.Andrea sul Jonio attraverso i secoli” Orazio Vitale scrive: “Solamente per la produzione delle tegole e dei mattoni si è costruito nel 1906 uno stabilimento a fuoco diretto e continuo per iniziativa del dottor Giuseppe Jannoni coadiuvato da Samà Bruno fu Nicola Cuttaro e Lijoi Francesco fu Nicola Pirri”. Come spesso tutto succede in questo paese quindi, anche il centenario della costruzione della fornace è passato in silenzio, senza che nessuno se ne sia accorto. Ma andiamo avanti… Tito Voci, nel suo “Indagine su S. Andrea Jonio” ne parla come di un “esperimento industriale”. Discordi sono le date di cessazione attività: 1958 secondo Tito Voci 1949 secondo l’indagine svolta dai ragazzi della scuola elementare di S.Andrea Jonio dell’anno scolastico 1981-1982 (Come Quando Perché, la storia del paese di S.Andrea Jonio costruita sui banchi di scuola). Ed è proprio in quest’ultimo libro che troviamo le notizie più interessanti, raccolte durante un’intervista a Vincenzo Samà fu Bruno. Scopriamo così che “la fornace occupava una superficie di circa 800 metri quadrati. Consisteva in un tipo di fornace Offman, con 12 camere e una ciminiera lunga circa 30 metri”, che vi lavoravano “in media 70 persone al giorno, addetti ai vari lavori”, che “il grosso del materiale […] era venduto nelle zone vicine e veniva trasportato con carri ferroviari oppure agricoli”, e che ha rappresentato per il nostro paese “una fonte di benessere, perché per un lungo periodo ha dato la possibilità a molti concittadini di avere un sicuro lavoro nel proprio paese, senza spostarsi in regioni lontane e sconosciute”. Insomma, come si legge in una nota, “In tempi difficili e di crisi, come gli anni trenta e durante e dopo l’ultima guerra, la produzione dei laterizi rappresentava, per il paese di S.Andrea, una concreta attività industriale”. Per quanto riguarda il funzionamento della fornace ed il valore della rivoluzionaria idea di Hoffmann ci viene in aiuto il web, dove le notizie certo non mancano. “Per comprendere fino in fondo la novità del forno introdotto da Friedrich Hoffmann bisogna capirne il funzionamento che nella forma originale consisteva in un canale circolare continuo, nella parete esterna del quale erano aperte, ad intervalli costanti, le porte per l'introduzione e l'estrazione dei materiali. In corrispondenza di ciascuna porta il canale di cottura poteva essere costruito con diaframmi in ferro, aventi esattamente le dimensioni della sua sezione trasversale, che si manovravano dalla parte superiore della fornace alzandoli od abbassandoli a guisa di paratie. Il tratto di canale compreso tra i due successivi diaframmi prendeva il nome di cella o camera di cottura. Ogni camera presentava nella parete interna, verso il basso ed all'estremità opposta a quella dove si trovava la porta di servizio, un passaggio che si scaricava in un canale collettore del fumo, concentrico al canale di cottura. Questi passaggi potevano essere chiusi con valvole, manovrabili dall’alto per mezzo di aste che passavano entro fori praticati nella volta del collettore del fumo. Il camino, situato al centro della costruzione, comunicava con il canale del fumo per quattro aperture. La volta del canale di cottura presentava numerosi fori o bocchette per l’introduzione del combustibile, chiuse da un coperchio cavo di ghisa, assicurando la chiusura ermetica. Il brano è tratto da un interessantissimo articolo di Valentina Piccinno, pubblicato nella rivista culturale “LaBassa” (numero 42/2001), dal titolo Parlando di Archeologia Industriale fra il latisanese e il portogruarese: le fornaci "a fuoco continuo" Hoffmann nella Provincia del Friuli tra il 1866 e il 1920, che ci spiega al meglio quello di cui stiamo parlando, ma soprattutto l’importanza che riveste una struttura come questa nel panorama dell’archeologia industriale. Scrive infatti la Piccinno: “L'Archeologia Industriale è un mezzo importantissimo per studiare e comprendere il passato più recente della nostra attuale civiltà industriale. I monumenti che l'archeologia annovera sono in generale tutte quelle fabbriche che si svilupparono con l'avvento dell'industrializzazione in Italia, dalle filande, per fare un esempio, alle fornaci e comunque tutti quegli edifici che applicarono le nuove tecnologie e improntarono la produzione sul concetto della continuità.” E ancora: “Il linguaggio dell'architettura delle industrie ha anche molto attinto dalle consuetudini locali e dall'impiego di materiali reperibili in loco; nel caso delle fornaci i manufatti si presentano con forme inedite ed originali, che senza camuffamenti derivano dalle funzioni ospitate. La fornace di S.Andrea, che si poteva ancora ammirare fino a qualche anno fa, giace oggi in completo stato d'abbandono e, sul lato ovest, è quasi completamente coperta dalle erbacce cresciute su tutto quel materiale che ormai arriva a sfiorarla. Erbacce a parte, proprio in questi ultimi 4 anni e 1/2, nonostante ci fosse un cartello ben visibile, la zona è stata presa per una discarica dove riversare detriti, creta, lastre di manto stradale. Forse perchè, come si vede nella foto tratta dal PRG, l'intenzione era quella di seppellirla sotto ad una ROTATORIA???
Fortunatamente a pag. 9 del programma di Primavera Andreolese, capitolo TUTELA PATRIMONIO STORICO ED ARTISTICO leggiamo che "Con l'approvazione del Piano Regolatore Generale, sono stati sottoposti a tutela la vecchia fornace, [...]." Poi torno con lo sguardo indietro e, a pag. 8, capitolo IL PATRIMONIO COMUNALE, leggo con grande meraviglia: “Per gli edifici ed i monumenti di pregevole interesse storico/artistico, quali la Chiesa del Protettore, la Chiesa di Campo, l'Istituto delle Suore Riparatrici saranno richiesti interventi mirati di restauro concordati con le Sovrintendenze Regionali, realizzabili efficacemente e compiutamente solo con finanziamenti esterni.” E la fornace che era stata sottoposta a tutela? Non è forse un edificio di interesse storico? Non è forse l'UNICO monumento all'industria ed al lavoro di questo paese? Non è forse, come “le Pignare”, un simbolo di S.Andrea? E perché allora l’intenzione era quella di abbatterla? Perchè non si è mai pensato ad un progetto di recupero della struttura e dell'area circostante su cui sorge? Magari con la ricostruzione delle parti mancanti e della ciminiera? Possibile che non si riescano a trovare fondi della Comunità Europea nemmeno per fare questo? La speranza è che al più presto venga almeno realizzata un’opera di bonifica dell’area circostante e di ripristino della recinzione, in modo da tutelare la fornace nell’attesa di un intervento di recupero e da non confonderla con una discarica pubblica, come spesso avviene. Lasciarla abbandonata a se stessa è uno schiaffo alla storia ed alla cultura di questo paese!
December 14 Scifula scifula lu citrualu......La riforma aveva già avuto l'ok di Palazzo Madama
E alla fine la Camera tagliò i tagli I deputati sopprimono il tetto agli «stipendi d'oro» dei manager pubblici Taglia, taglia, scusate il bisticcio, stanno tagliando i tagli. L'ultimo a essere soppresso è stato il tetto agli «stipendi d'oro». Passato al Senato, è stato cancellato alla Camera. Anzi, d'ora in avanti i «grand commis» pubblici potranno guadagnare anche di più. Alla faccia di tutte le promesse intorno al bisogno di sobrietà. E di tutti gli italiani che faticano ad arrivare a fine mese. Eppure, dopo tante retromarce nella sbandierata moralizzazione avviata solo per placare l'indignazione popolare, pareva che almeno questo principio fosse acquisito: chi lavora per la sfera pubblica (dai ministeri alle Regioni, dalle aziende di Stato alle municipalizzate) non deve avere buste paga, liquidazioni e pensioni troppo alte. Per mille motivi. Perché le nomine sono spesso dovute non alle capacità professionali ma alle amicizie giuste. Perché in cambio di certi appannaggi non viene chiesta talora efficienza ma piuttosto «gentilezze» al partito di riferimento. Perché nel mondo privato, tirato in ballo a sproposito, chi guadagna molti soldi deve anche render conto agli azionisti del proprio operato (nei Paesi seri) e non mangia contemporaneamente a due greppie: i contratti deluxe del libero mercato e le sicurezze del sistema pubblico. Ed ecco che Palazzo Madama aveva approvato, all'articolo 144 della Finanziaria, le seguenti regole: «Il trattamento economico onnicomprensivo di chiunque riceva a carico delle pubbliche finanze emolumenti o retribuzioni nell'ambito di rapporti di lavoro dipendente o autonomo con pubbliche amministrazioni statali (...) agenzie, enti pubblici anche economici, enti di ricerca, università, società non quotate a totale o prevalente partecipazione pubblica nonché le loro controllate, ovvero sia titolare di incarichi o mandati di qualsiasi natura nel territorio metropolitano, non può superare quello del primo presidente della Corte di cassazione». Cioè 275 mila euro l'anno. Chiaro? Chiarissimo: il limite valeva per tutti (tutti) gli stipendi pagati con soldi pubblici. Compresi «i magistrati ordinari, amministrativi e contabili, i presidenti e componenti di collegi e organi di governo e di controllo di società non quotate, i dirigenti». E se per trattenere Fiorello o strappare Gerry Scotti a Mediaset la Rai fosse costretta a offrire più della concorrenza? Previsto anche questo: «Il limite non si applica alle attività di natura professionale e ai contratti d'opera» se si tratta di «una prestazione artistica o professionale indispensabile per competere sul mercato in condizioni dì effettiva concorrenza ». E se invece si trattasse di strappare alla concorrenza non un cantante ma un grande manager che sul libero mercato potrebbe guadagnare tre, quattro o cinque volte di più? Anche queste eccezioni erano previste. Come eccezioni, però. Le nuove regole infatti, diceva l'articolo 144, «non possono essere derogate se non per motivate esigenze di carattere eccezionale e per un periodo non superiore a tre anni». Di più: dovevano ottenere la firma del capo del governo e rientrare «nel limite massimo di 25 unità. Corrispondenti alle posizione di più elevato livello di responsabilità». Riassumendo: solo venticinque altissimi dirigenti pubblici in tutto il Paese e per un periodo limitato (quindi niente pensioni d'oro e niente liquidazioni stratosferiche) potevano guadagnare più di 275 mila euro l'anno. Tutti gli altri, sotto. E guai a chi faceva il furbo perché ogni contratto doveva d'ora in avanti essere trasparente. Di più: «In caso di violazione, l'amministratore che abbia disposto il pagamento e il destinatario del medesimo sono tenuti al rimborso, a titolo di danno erariale, di una somma pari a dieci volte l'ammontare eccedente la cifra consentita». Non bastasse, l'articolo fortissimamente voluto soprattutto da Massimo Villone e Cesare Salvi, autori del libro «I costi della democrazia», metteva un altro candelotto sotto i privilegi di certi boiardi di Stato: il divieto del cumulo di poltrone, a meno che non accompagnato da una robusta decurtazione delle prebende. Insomma: una piccola grande rivoluzione. Che per la prima volta cercava di mettere ordine in un sistema che negli ultimi anni aveva lasciato i cittadini basiti davanti a casi clamorosi. Come quello di Giancarlo Cimoli, che guadagnava alle Ferrovie circa 1,5 milioni di euro l'anno e se ne andò, per andare a guadagnarne 2,7 all'Alitalia, con una liquidazione per «raggiungimento risultati » (il pareggio) di 6,7 milioni. O del suo successore Elio Catania, che per un paio di anni alle Ferrovie (lasciate con un buco di 2 miliardi e 155 milioni) incassò una buonuscita di 7 milioni. O ancora quello di Massimo Sarmi che alle Poste prende un milione e mezzo di euro l'anno cumulando le buste paga da amministratore delegato e di direttore generale. Per non dire di certi arbitrati, compensati con parcelle da capogiro. Tre per tutte? Quella spartita (in tre) dal collegio guidato dall'ex presidente del Consiglio di Stato Mario Egidio Schinaia (1,4 milioni), quella finita al collegio presieduto dall'avvocato dello Stato Giuseppe Stipo (1,3 milioni per due verdetti), quella incassata dal collegio pilotato da Marcello Arredi, capo del dipartimento Infrastrutture stradali del ministero delle Infrastrutture e presidente nel 2006 di un collegio incaricato di regolare una controversia fra l'Anas e l'Impregilo: 1,2 milioni. Soldi in più, oltre lo stipendio. Potevano i potentissimi Grand Commis accettare una sforbiciata del genere? No. E così, subito dopo l'approvazione in Senato, talpe sapienti hanno cominciato a rosicchiare l'articolo 144, a partire dai trattamenti alla Banca d'Italia, comma per comma, riga per riga. Risultato: la Commissione Bilancio della Camera, tra le proteste di una pattuglia di indignati guidata da Villone, ha praticamente fatto saltare tutti, ma proprio tutti, i punti centrali. E a meno che non intervenga il governo, tutto continuerà come prima. Anzi, peggio. Perché il messaggio all'opinione pubblica, dopo tante promesse, è uno solo: marameo. Lo stesso marameo che, dalle bianche spiagge di Bali, lanciano agli italiani i componenti della affollatissima delegazione italiana al vertice mondiale sul clima: 52 persone. Dicono Alfonso Pecoraro Scanio e il suo staff che altre delegazioni sono ancora più numerose. E che l'altra volta, a Montreal, l'allora ministro Altero Matteoli si portò perfino due agenti di scorta. Sarà. Ma ci restano alcune curiosità: come mai, nel mucchio, oltre a tre rappresentanti del Comune di Milano, due della Regione Lazio, un assessore della Toscana e l'assessore all'Ambiente della Campania Luigi Nocera, riemerso per l'occasione dai cumuli di immondizia napoletana, ci sono solo due sindacalisti della Cgil e della Uil e nessuno della Cisl? Possibile che nessuno della Cisl, con una collana di orchidee al collo, avesse da dire qualcosa sul pianeta? Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella 13 dicembre 2007 Corriere.it Intanto, mentre io come Fabri Fibra ho il vomito per questa discreta porcata del parlamento, in Italia la gente muore. Nei cantieri, nelle fabbriche, negli ospedali, sulle strade. December 08 Sant'Andria porta la nova...... u quattru Vàrvara, u sia Nicola, l'uattu Maria, u tridici Lucia, u vinticincu u Veru Missia.
Come recita l'antico proverbio della civiltà contadina calabrese, Sant'Andrea Apostolo annucia l'arrivo delle festività natalizie. E col suo arrivo cominciano anche i preparativi per addobbare case, vetrine e strade.
Quest'anno per fortuna (o purtroppo, a seconda i punti di vista) l'illuminazione nelle nostre strade è arrivata pochi giorni prima la festa del patrono. Tanto meglio, piuttosto che aspettare la settimana prima di Natale come l'anno scorso... ma torniamo ai giorni nostri.
L'illuminazione sulla statale 106 è molto più sobria ed elegante di quella dell'anno scorso, troppo esagerata e pomposa forse, anche se bellissima. Io poi sono molto tradizionalista e mi piacciono le cose semplici. Certo l'argomento ricade nella sfera dei gusti personali, quindi ognuno può dire la sua... ma devo fare veramente i complimenti al nostro assessore per la scelta dell'illuminazione della marina. In paese invece le luci non tanto mi piacciono. Preferivo quelle più semplici dell'anno scorso. Il "cordone" verde che richiama i rami dell'abete con lucine gialle e fiocchi rossi è il massimo. Detto questo permettetemi però una piccola riflessione.
In questi giorni mi sono posto una domanda: ma è proprio necessario tenerle accese tutta la notte? Non si può mettere un timer per regolarne lo spegnimento dopo una certa ora? Che ne so... all'una? In fondo a quell'ora le luci natalizie non servono proprio a nessuno e si risparmierebbero anche 4/5 ore di corrente.
Tanto? Poco...? Non credo sia questa la cosa più importante.
Ci sono gesti che vanno ben oltre le mere questioni contabili. December 06 Server is too busySpaces Live è fermo, ma il mondo continuerà a girare. Lasciamolo così. Una pausa non può che fare bene. Il server potrà riposarsi e rigenerarsi, gli utenti si rilasseranno e potranno pensare ad altro. Anzi, forse qualcuno si sarà accorto che oggi era una bellissima giornata, con un sole meraviglioso, nonostante l’aria fredda. Forse stasera qualcuno cambierà programma e invece di stare tutto il tempo libero davanti a un monitor incazzandosi per le solite cose che non funzionano o per un articolo non gradito, uscirà a fare una bella passeggiata muovendo la testa a periscopio là dove capita per apprezzare quanto di bello c'è in giro. Chi è circondato da una fiorente natura potrà sorprendersi della sua bellezza. Chi vive in una città d'arte forse potrà finalmente vedere con occhi nuovi lo splendore di certe piazze. O forse basterà una cioccolata calda per sentirsi meglio, anche nel più remoto e desolato angolo di questo Paese. E siccome non sappiamo mai cosa il destino può riservarci, chissà che passeggiando spensieratamente non si incontri uno sguardo sconosciuto nel quale perdersi per una lunga notte. E tutto al prezzo di un server bloccato. Poco? Troppo..? Boh... io vado a prendermi una cioccolata! December 01 Sul campo di tiro a voloDopo una piacevolissima chiacchierata in paese, stasera sono venuto a conoscenza di alcuni particolari sull'argomento che mi sento di dover inserire, ma non certo a confutazione delle mie opinioni in merito.
La quota associativa alla lega nazionale per un campo come il nostro (V° livello) ammonta complessivamente, tra tesseramenti e iscrizione, a 1.600 € annuali. A tale somma si aggiungono gli alti costi dei materiali di consumo e la scarsa presenza di tiratori che ne rendono pressochè impossibile l'apertura annuale, riducendo così la stagione sportiva ai soli mesi estivi.
Quello che voglio ribadire, e che nel mio precedente articolo evidentemente non sono riuscito a spiegare, è che le potenzialità della struttura sono, secondo me, elevatissime. Di conseguenza penso che si spenda troppo poco, o forse nulla, per la valorizzazione di uno sport nobile come il tiro a piattelo.
Per il resto in nessun passaggio c'era nemmeno l'intenzione di una critica a chi lo gestisce, quale forma di volontariato, e che certamente vi spende tempo, fatica e magari ci rimette anche qualche euro. |
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